postato da MiNoLLo alle ore 11:15
lunedì, febbraio 09, 2004

UNO PIÙ UNO

 

 

Il rumore era notevole.

Gli altoparlanti apostrofavano i passeggeri con voci impersonali, le persone parlando tra di loro creavano un brusio sordo, e infine i treni, i treni che avviandosi e fermandosi facevano sibilare le rotaie, tremare il terreno, piangere e gioire e far battere cuori e creare confusione nella testa della gente.

Una stazione come tante.

A lei piaceva moltissimo trovarsi in mezzo alla folla, guardare le facce, immergersi per qualche secondo negli occhi altrui e fingere di vivere la vita degli altri, immaginarsi diversa da come era in realtà.

Non era stata la coscienza di sé che l’aveva resa così dura. Con sé, con gli altri. Era stata la paura. Quella di un bambino, di essere abbandonato essere tradito. Trovarsi con i pugni stretti in un urlo che ti rosicchia la gola. Ma nessuno avrebbe mai dovuto vederlo, guardare dentro al pozzo scuro, dentro agli occhi. Li aveva  barricati, quegli occhi, resi assenti.

Il sole, in apparenza sembrava il suo elemento naturale e non lo era. Pioggia, vento, neve, e un fiume che si ingrossa. Era quello che era allo stato primordiale, prima che incarcerasse con mille cinture di castità i suoi voli fiduciosi. Cercava amore e non lo sapeva. Si rifiutava di chiedere qualcosa al mondo, domandare, dipendere. Temeva la debolezza, era il suo incubo ricorrente: svegliarsi e sentire di aver bisogno ancora una volta (dopo la prima, devastante occasione in cui le si era gelato l’universo in mano per aver visto nell’immondizia i cocci del suo amore neonato).

Un giorno aveva cominciato a prendere treni. A viaggiare. Non c’era persona al mondo che potesse dire di averla mai conosciuta davvero, appena le voci si coloravano di timida familiarità lei comprava un altro biglietto.

 

Trovava molto rilassanti i sussulti ordinati. A volte leggeva, ma di rado perché avvertiva sempre un sottile senso di colpa, come per la violazione di un divieto tanto granitico quanto incomprensibile. In genere, si limitava a guardare fuori dal finestrino, a godersi i film sempre nuovi che scorrevano davanti ai suoi occhi: la linea di una collina che si animava e fluiva morbida, ricamata di verde e spine e versi liberi, oppure boschi rapidi ed egocentrici, che urlavano con foglie e tronchi per attirare la sua attenzione. E il mare. Sempre in conflitto con sé stesso, culla di metafore... ma a lei piaceva semplicemente osservarlo vivere, e respirare, costante. Blu come una coperta protettiva, e bianco di schiuma e bagnato come le lacrime e la pioggia.

 

Era quasi sera quando arrivò in quella piccola stazione di paese. E decise di scendere.

 

I primi giorni erano stati un po’ complicati, era a corto di soldi e aveva dovuto saltare parecchi pasti. Ma non le era pesato molto, comunque. Poi aveva trovato lavoro, miracolosamente, presso l’unico bar che fungeva anche da alimentari: era carina, e in un paese come quello faceva piacere vedere facce nuove, la gente poteva illudersi di non essere troppo morta. Adesso aveva anche preso in affitto una minuscola casetta, un monolocale a cui qualcuno aveva aggiunto dei tramezzi per dare una vaga impressione di divisione agli ambienti.

Non metteva mai molto di sé nei posti in cui si fermava, niente denunciava la sua personalità.

Erano in molti, a passare dal bar, dal momento che non c’era altro punto di ritrovo. E gli occhi erano di conseguenza tutti puntati su di lei. Un po’ ci sguazzava, nell’ammirazione maschile, le piaceva sentirsi addosso i desideri di tutti quegli uomini. Ma nessuno era come lei lo voleva. Lei non sapeva neanche se voleva qualcosa.

Un giorno, lui le piombò praticamente addosso. La invitò ad uscire.

Era fiducioso e incosciente come un neonato, non si aspettava altro che un assenso. Ma la sua non era presunzione, era la consapevolezza candida che non esistevano altre possibilità.

Lei non fece neanche in tempo ad avvolgersi su sé stessa né a sparare i propri aculei, era completamente spiazzata dal peso dell’inevitabilità che lui le aveva spianato addosso.

 

Lui la portò a mangiare fuori. Era affabile, cercava di intrufolarsi negli anfratti dei suoi silenzi. Ma lei non cedeva così facilmente. Non era abituata alla sua gentilezza, non era abituata a sentirsi scavare dentro da uno sguardo. Non era abituata a sentirsi indagare. Era abituata ad eludere gli interessi superficiali dei maschi, a volte assecondando gli impulsi più basilari, senza porsi troppe domande né pensare troppo, altre volte gettando loro addosso secchiate di ironia gelida. Di certo, non le era mai capitata una cosa così: lui stava cercando di stanarla, cacciarla fuori dal buco dove si era ficcata, e senza che nessuno glielo avesse chiesto. Non poteva essere che lui impiegasse tanto della sua energia, sprecasse tante emozioni gratis. Si chiese quale sarebbe stato il prezzo da pagare, quante lacrime virtuali avrebbe dovuto versare e quanti punti di sutura all’anima le sarebbero stati necessari, dopo. Ma nonostante tutto, inaspettatamente, non riuscì a far fronte all’invasione, alla luce delle guardie che la inchiodavano al muro proprio nel momento in cui la sua fuga sembrava essere riuscita.

“Sono contento di essere con te, stasera. Non è vero che scappi, non è vero quello che dici di te”.

Lui sorrise “Durerà.”

“Avrei voluto un inizio un po’ più luminoso, ma insomma, forse posso accontentarmi anche di questo” disse lei, con una rosa rossa dal gambo lungo in una mano.

 

Erano nel letto. Nudi. Lui dormiva e lei lo guardava: inerme, vulnerabile.

Era stato poco prima, che lui le si era avvicinato mentre cucinava. Tutta invasa dallo stupore. Lui aveva fretta, era di lei che aveva fretta. Le si era modellato addosso, avrebbe voluto berla anche se fosse stata veleno, lei questo poteva sentirlo. Stordita. Intanto che lui la baciava, la baciava e la guidava con qualcosa che doveva essere mani ma ormai non si distinguevano più. La stava portando sul letto. La stava sdraiando sul letto. E lei era una bambina nel giorno della prima comunione e acqua che torna indietro verso la fonte. C’era lui, sopra di lei e poi dentro di lei. Piano per non rompere le delicate pareti di porcellana. Gli occhi di lui allagati dallo stupore, naufraghi sulla pelle trasparente di lei, sulla maternità di lei e sul desiderio che andava e veniva come una culla a dondolo.

Non c’era stata conclusione, non per lei che non sapeva cosa fosse un orgasmo. Era tutto un continuum, fluire di sensazioni salato dolce amaro acido e poi di nuovo salato.

Adesso stava lì distesa e analizzava la natura definitiva di lui. Lo si sarebbe potuto racchiudere in un cubo di cristallo, ed esporlo. Per secoli. Una perfetta opera d’arte. Chissà se avrebbe conservato quel respiro regolare, quel leggero ondeggiare del torace, o se invece il fumo e il dolore per un amore dissanguato avrebbero irrigidito il suo fiato. Non si azzardava ad accarezzarlo. Il contatto con la sua pelle, con i suoi peli, le facevano troppa paura. Recettori sensitivi: il suo corpo ne era pieno, non c’era modo di sfuggire, se l’avesse toccato lui l’avrebbe sentita. Forse l’avrebbe abbracciata, nel sonno. Si raggomitolò affianco a lui, a due centimetri di distanza. Il respiro di lui si insinuava profondo e tiepido tra i suoi capelli, all’infinito, dolce, sottile. Un vago senso di appartenenza, nel torpore, cinque secondi prima di addormentarsi.

 

La storia andava avanti da un po’, divertente, giocosa. Nessuno sapeva di loro due, ma l’aria di provvisorietà che lei emanava stava pian piano affievolendosi, stava acquistando una distensione inusuale.

Lui non riusciva mai a stringerla troppo, lei gli scivolava via come un’anguilla blu elettrico. Ad ogni modo la cosa non lo preoccupava, aveva tempo per domare la fiera dagli occhi freddi - o spaventati? Era una domanda che gli ronzava in testa di continuo - che gli dormiva accanto.

Lei si sentiva avvolta da un bagno di ovatta, un filtro tra sé e il mondo. Guardava lui e le sue mani, i suoi occhi, la sua bocca, e non cercava nient’altro. Non le occorreva alcuna musica di sottofondo, alcuna vibrazione sotto i piedi. Era tutto lì. Era così scontato, lei era una donna come non ce n’erano mai state, e lui un uomo completamente diverso dagli altri.

 

Una mattina, mentre lei dormiva, lui cominciò a guardarla. Quando si svegliò, e lui si accorse del lampo di allarme che le scosse il viso quando realizzò il peso degli occhi di lui su di sé, volle rassicurarla. Volle farla sentire protetta, a casa. Volle avvolgerla di intimità. Le chiese cos’avesse fatto, prima, prima della casetta - monolocale, prima del bar, prima di quel paese. Lei non rispose e lo baciò, lo sfidò, lo stordì.

 

Due ore dopo, lui dormiva nel loro letto.

Lei, lottava per non cedere alla tentazione di assopirsi, cullata dai sussulti ordinati del treno e dalla monotonia del paesaggio che le scorreva sotto gli occhi scuri.

 

 

(1 NOVEMBRE 2003)
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postato da MiNoLLo alle ore 11:14
lunedì, febbraio 09, 2004

IL SOLE

Gennaio: vento freddo che taglia la faccia, e allora contrai i muscoli, ti fai piccolo piccolo istintivamente e cerchi di conservare tutto il calore prodotto dai tuoi mitocondri.

Cammina G. e guarda per terra, i palazzi, gli alberi, le macchine, le persone, tutti riflessi in copia esatta nelle pozzanghere che si trovano in un numero infinito, un passo dopo l’altro. Le nuvole, in alto, promettono neve, ma si sa che nembi e cumuli a furia di praticare con l’acqua sono abituati ormai alle promesse da marinaio.

Di sottofondo: strisci di ruote sull’asfalto, pochi passi sciacquettanti qua e là, qualche stridore di metallo o plastica proveniente da un’invisibile officina.

Lui dondola la gamba, ora è seduto su un muretto, ma che bella scarpa inzaccherata! e mastica mastica mastica la chewing gum alla menta assieme a tutte le parole di ieri, al litigio, e i pugni si stringono di un tetano improvviso.

M. è da qualche parte nella stessa città, il cretino, il falso, il traditore.

A che cavolo servono gli amici, tu gli chiedi una mano, e loro picche.

“Tanto ne esco, te lo giuro, è l’ultima volta, tanto per chiudere in bellezza” aveva detto scherzando, sapendo che era uno scherzo serissimo e crudele. Qualcun altro, al suo posto, ne avrebbe pianto, di uno scherzo tanto affilato. Ma in qualche modo doveva convincerlo - e convincersi - ... il fatto è che col tempo i neuroni se li era per la gran parte bruciati (ma ‘sti cavoli) e non si ricordava più come si fa ad entrare nella testa delle persone, e girarsela, stanza per stanza come un ladro o un ospite attento, per individuare il posto di ogni cosa, l’importanza di ogni oggetto. O, in questo caso, di ogni parola. Era andato a braccio, con la stessa tecnica esplorativa dei bambini piccoli. Ma M. tanto piccolo non era, anzi, quel bastardo somigliava anche un po’ a suo padre, ora che ci pensava. Infatti era stato capace di farlo sentire un verme, aveva smontato pezzo per pezzo la sua spavalderia, come faceva con le auto. E tolta quella, G. era lì nudo con tutta la sua fifa, il suo panico, il suo film horror quotidiano proiettato in continuazione davanti agli occhi. Era una cosa piena di sangue e rumori striduli, ossessivi e soffocanti, con la bocca impastata di schifo e il dolore, quello fisico che è tutt’uno con te, un parassita acido che ti porti dietro ovunque. Sognava che gli cadevano i denti, senza sapere se era già accaduto o no, e che lo prendevano a calci, che gli si staccavano le unghie una per una, tutto era grigio e rosso e verde marcio, tra un po’ la paura lo avrebbe scorticato vivo.

Questo era il punto in cui, nei sogni, cominciava a scappare.

Nella realtà, questo era il punto in cui era arrivato credendo di poter trovare pace, in casa di M.

Erano amici, che cavolo, dalla prima media, sempre insieme, sempre vicini. Quando si fidanzavano, era solo per poi formare un gruppetto a quattro. In realtà, delle ragazze fregava poco a entrambi, M. e G., l’importante era che non si dividessero loro due. Stesse scuole, stesse bigiate, stesse sigarette, stesse bevute, stesse dormite dentro il sacco a pelo, stesse cazzate, stessa età.

Stessa età stupida... appunto. Ma M. era tosto, non stupido. E G. era sensibile, non stupido. Alla fine M. che voleva fare l’avvocato aveva difeso sé stesso dai suoi finendo in affitto in un monolocale che si pagava col lavoro di meccanico, e G. che voleva fare il medico aveva - bella banalità - imparato magistralmente a prendere una vena periferica.

Allora, le cose avevano preso la piega che ci si attenderebbe: si erano persi di vista. Senza rammarico, inaspettatamente. Erano quel genere di persone che si tengono dentro a vicenda, non c’era necessità di incollarsi. Nessuno dei due se ne accorse quando l’altro sparì dall’orizzonte, quello dell’orizzonte è un concetto un po’ astratto e che poco aveva a che fare col loro modo di vivere.

G. si immergeva, sempre di più, aveva cominciato a parlare con i demoni che gli sedevano abitualmente sul petto: ora li vedeva, di fronte a sé , quegli esseri immondi, e poteva finalmente far loro tutte le domande che voleva. Chiunque altro avrebbe avuto terrore di quei mostriciattoli scuri e sanguigni, con tutta l’aura di afa opprimente che avevano alle spalle. Ma lui no, era curioso e avrebbe voluto sezionarli dentro e fuori per poterne fare una mappa universale, a cui far riferimento ogni volta che qualcuno al mondo si sentiva smarrito. Questo faceva di lui un poeta.

Col tempo, aveva eviscerato dai mostri ogni minimo segreto della loro essenza, e giorno per giorno il loro colorito diventava sempre più liquido e lattescente, come una nebbia paludosa, si facevano meno loquaci e interessanti, sbiadivano in una lenta ed indolore emorragia insomma. Finché si ritrovò a fissare il soffitto bianco, con una brutta sensazione allo stomaco, inerte, scambiandosi per un masso capitato lì per caso.

Ma, a quel punto, il più era fatto. Era riuscito a diventare uno zombie, senza quei moventi di cui aveva cercato le radici senza mai trovarle.

Ci fu un momento, una volta, in cui rivide A. - che aveva saputo farlo innamorare - passeggiare bellissima a braccetto di un uomo spingendo un carrozzino con un bimbo cicciottello dentro: aveva gli stessi occhi di lei, di A. . Si scoprì a pensare. Che lei un giorno gli era sembrata una morta, i suoi magnetici occhi azzurri spenti, nessun movimento o alito d’interesse pareva emanare da quel corpo mentre si lavava, si vestiva e usciva da casa sua dopo che l’aveva lasciata. E invece... quel corpo aveva avuto il coraggio di cambiare, di proliferare, di urlare sé stesso, ma soprattutto non poteva essere morto se aveva avuto l’incredibile capacità di creare vita dal nulla. Si immaginò il ventre che lui credeva vuoto e grigio come cenere pulsare, fonte di nuove ed incontrollabili entità, e capì che un miracolo è qualcosa che riesce a sconfiggere l’affamata entropia che gli avevano insegnato a scuola. Avrebbe voluto essere lui quel bambino, passare dal non-essere all’essere all’improvviso, ritrovarsi nella pancia di A. e guardarla da dentro, farsi proteggere da quelle amorevoli pareti rosse, crearsi istante per istante, piccola persona dalle infinite possibilità. Poi lei l’aveva guardato e G. si era convinto che le fosse scappata una lacrima. Si era affrettato a cristallizzare rapidamente tutto nella sua mente e ora quella illusoria gocciolina pietrificata la teneva sempre in mano.

Anche se quella fu l’ultima cosa che G. fece entrare nel suo limbo. Dopo, più niente.

Agiva come i personaggi dei videogiochi, si muoveva grazie ad un’invisibile joystick, e poteva compiere solo poche azioni predefinite: mangiare, bere, dormire, andare in bagno, dire “si no ciao” e applicare quell’infinitesima pratica della professione medica.

In fondo, era qualcosa di molto simile al nirvana. Circondato da spesse pareti di gommapiuma che lo isolavano dalle sue emozioni, era perfettamente impassibile, come ogni buon asceta. Nessun “conato”, a parte quelli di vomito, nessuna voglia, nessun bisogno, lo status ideale. Sennonché aveva bisogno di quella robina per continuare a giocare a Siddharta. E per quella robina - insignificante - aveva bisogno di soldi. I soldi sono fatti per spenderli.

Questo aveva cercato di far capire a quel testone di M. . Che idiota, non si accorgeva di quant’erano inutili i suoi affanni, sbattersi in quell’officina, quando poteva arrivare dov’era arrivato lui. Ma M. gli aveva dato un pugno. Forte, sulla spalla. E G. si era sentito morire, gli esplodeva il cervello per il dolore “Imbecille, e questa me la chiami ascesi? Nirvana? Sei solo un drogato, uno zombie. Non era questo che cercavi, che cercavamo. Sei nato: la gioia l’angoscia la solitudine l’amore sono nati con te. I tuoi mostri. E i tuoi angeli. Hai voluto ucciderli, dissanguarli ad uno ad uno per vedere l’effetto che fa. Cosa sei adesso? Un sacco pieno di nervi doloranti. E basta.

Se vuoi, stai con me, di mostri e angeli posso prestartene qualcuno dei miei. Giusto finché non riesci a partorirtene di nuovi. Non sono mica solo le donne a creare, sai? Anche noi uomini possiamo essere Dio, qualche volta. Se ci impegniamo.” M. si sedette e cominciò a mangiare. “Soldi non te ne do. Servono a me.”

Non vedeva, proprio no. Dio non esiste, e neanche si può giocare a diventarlo. Lui, G., era libero, M. no. Avrebbe voluto ricambiare il suo pugno, ma se ne andò per paura. Non paura in senso umano. Paura, quella che hanno i cani dopo essere stati presi a calci, paura che il padrone cattivo possa fare nuovamente del male.

E ora sta lì, su quel muretto umido, con le scarpe lorde di fango.

Guarda senza guardare, niente di ciò che lo circonda ha senso. A cosa serve una strada? E una scarpa? L’acqua? A cosa servono i passi della gente? A cosa serve il sole?

Un gattino si sta strofinando contro la sua gamba “prrr, prrr”. È piccolo, morbido, con gli occhi grandissimi. Come il figlio di A. . G. lo prende in braccio. Il gattino si modella sulle sue gambe, tra le sue braccia. I raggi tiepidi come quel corpicino tiepido e fiducioso gli scivolano addosso. Prrr, prrr.

È’ una vita nuova. Ha intorno tanti angeli-gatto e mostri-gatto. È’ felice di essere accarezzato dalle sue mani tremolanti, di essere nel caldo del sole. Le dita di G. corrono docili assecondando il pelo giovane del micetto. Sente un piccolo cuore battere regolare, sente fluidi scorrere sicuri. La strada, le scarpe, l’acqua, il sole, sono tutti fatti per quell’esserino, il mondo è fatto apposta perché lui possa viverci la sua vita gatta. G. continua ad accarezzarlo, si sofferma sul collo vulnerabile del cucciolo. Comincia a stringere, curioso, per percepire meglio cosa avviene di tanto meraviglioso là dentro. Il gattino punta le sue zampette , tira fuori i suoi artigli minuscoli che sembrano petali di margherita, solo un po’ più duri. G. avverte il passaggio dell’aria nella sua trachea piccolissima, la sente andare nel luogo a cui è destinata. Tutto è più frenetico, ora. I muscoletti si contraggono, e G. si stupisce della loro perfezione. Lo abbraccia sempre più stretto, vuole diventare quel gattino, vuole che siano la stessa cosa. Vuole essere energia potenziale.

Si accorge che il cuoricino non batte più, l’aria non entra più in quei polmoni, niente più contrazioni.

Guarda quel sole freddo dritto negli occhi. Poi, non vede più nulla.

Sa solo che sta vomitando.

(03 settembre 2003)

 

 

 

 

 

PARLIAMO ANCORA, NON HO SONNO(05/10/2003)

“Che giornata...! Sono stanchissima. Per fortuna sei qua. E’ bello vederti e parlare con te. Come facevamo quando eravamo piccoli, ti ricordi? Ci mettevamo sotto le coperte, a casa di nonna in campagna, quando fuori pioveva, e affondavamo le dita nel barattolo di nutella che avevamo fregato di nascosto dalla dispensa. E parlavamo, parlavamo delle peggiori stupidaggini, ma certe volte invece uscivano fuori dei discorsi che quasi ci facevano piangere. Tu hai sempre saputo guardare dentro alle cose, come se vivessi in un mondo a quattro dimensioni (anzi, cinque) e percepissi anche ciò che gli altri non vedono. O sarebbe meglio dire che gli altri non vogliono vedere.

Si, certo, siediti pure.

Tu le conosci le mie paure, sai perché sono stanca. Vorrei saper mentire ma non ci riesco , è più forte di me. E allora devo inventarmi delle verità ex novo, devo avere qualcosa da mostrare agli investigatori che bussano ogni giorno alla mia porta. Nessuno si accontenta dell’evidenza, siamo addestrati a cercare sottoterra come cani da tartufi. Ma non sappiamo neanche bene cosa stiamo cercando, o se ci interessa davvero, cercare. Mi capisci?

Lo so, anche tu hai paura, fratellino. E’ stato stupido esserci promessi di difenderci a vicenda. Lo vedi, io non riesco a proteggerti, a tenere tutto il male lontano da te. Forse l’unica volta che ci sono riuscita è stato quando cadesti dalla bici e ti riempisti le gambe di lividi ed escoriazioni. Io da brava sorellina maggiore ti portai in casa, anche se il sangue mi fa senso e quando lo vedo svengo. Tu mi desti la mano, pieno di paura e con i singhiozzi che ti si soffocavano in gola, ma docile. Ti presi in braccio e ti feci sedere sulla lavatrice, ti guardai negli occhi. In fondo ho solo un anno più di te, ma in quel momento tu eri fragile e io non avrei permesso che in quell’istante di abbandono che avevi avuto nei confronti del mondo qualcosa potesse investirti: eri inerme, ma c’ero io e ti avrei fatto da scudo. Nessuno di noi disse una parola mentre ti disinfettavo le ginocchia sbucciate, piano per non farti male. Poi ti misi un cerotto colorato (dovetti arrampicarmi sulla sedia perché non arrivavo al ripiano dove mamma teneva le garze e le bende) e ti diedi un bacetto sulla mano. Tu ti aggrappasti con le braccia al mio collo.

Adesso che ci penso, neanche quella volta sono stata capace di proteggerti. Dalla bici eri già caduto, non avevo potuto impedirlo.

Ma il nostro è amore, profondo. Con te salto nel vuoto ad occhi chiusi, mi fido. Non avrebbe senso essere diffidente, temere per l’integrità del mio modo di essere perché viviamo paralleli io e te. Abbiamo dormito insieme nello stesso letto, pianto insieme quando è morto nonno, litigato insieme con mamma e papà. Tu sei tu e io sono io, e non chiediamo niente di diverso o di migliore. Non ci piacciono gli aggettivi qualificativi. Di questi tempi la gente ha paura di toccarsi, abbiamo tutti la testa piena di pensieri sul sesso, e sull’invasione degli spazi. Siamo tutti ossessivamente gelosi di ciò che ci appartiene, del nostro corpo, dell’aria che ci circonda, e un altro corpo, o meglio, un’altra persona con la sua presenza fisica ma soprattutto emotiva ci terrorizza a morte.

Per me è la cosa più naturale del mondo farmi rinchiudere dalle tue braccia quando non riesco a sopportare il peso di ciò che ho attorno, e lasciare che tu mi accarezzi la testa come fai con i gattini, o sentire che mi prendi le mani per trasmettermi tutta la forza che in quei momenti sento di non avere.

Abbiamo voluto imparare a suonare, io lì sul mio pianoforte e tu con la tua chitarra: avevi i polpastrelli viola, e la sera ridevamo perché facevamo dei movimenti stranissimi con i polsi per sciogliere le articolazioni doloranti. Avevi un’espressione intensa quando pizzicavi le corde, eri concentratissimo e mettevi la lingua tra i denti, gli occhi persi nella musica. I tuoi stessi occhi verdi ce li ho anch’io, ma non so che espressione ho quando batto sui tasti per urlare tutto quello per cui le parole non mi bastano, tutto quello che ho dentro e si trova più in profondità del mio pensiero stesso. Me lo sono chiesta molte volte. Se potessi scegliere, vorrei che assomigliasse un po’ alla tua: quella di uno che sta esplorando la luna.

In effetti, ce l’hanno detto spesso che io e te ci somigliamo. Secondo me non è tanto vero: tu sei identico a nonno e papà, io invece ricordo più mamma. E poi io sono insicura e istintivamente claudicante mentre tu vai avanti per la tua strada come un bulldozer. Mi hai stupito, quando mi hai detto che sono un tuo punto di riferimento. Mamma e papà non c’erano quasi mai - mi hai detto - eravamo quasi sempre da soli, io e te, tu ed io, e tu eri la mia eroina preferita, la mia maestra, la mia balia, la mia amica. Questa cosa mi ha commosso da morire, e se ci ripenso mi commuovo ancora. Mi spuntano le lacrime. A proposito, ecco un’altra differenza: io sono una piagnona, ogni volta che qualcosa mi ferisce apro le cateratte e tu non piangeresti neanche sotto tortura. Tranne che davanti a me, naturalmente. Scusa l’ovvietà della mia considerazione, ma penso che piangere davanti a qualcuno sia una cosa bellissima. Anche così, senza motivo (in realtà un motivo c’è sempre, magari è un motivo che non vogliamo ammettere). Ed è bello anche stare in silenzio con qualcuno, nella stessa stanza, vicini fin quasi a toccarsi. Tacere. Riempire l’aria di due solitudini in teoria incomunicabili che però finiscono con l’amalgamarsi e diventare un tutto unico, privo di parole o concetti. L’infinita ricchezza dell’empatia.

Che scema... non ti ho neanche chiesto se volevi qualcosa da bere...

Ah, già, era da molto che non ci vedevamo, avevo dimenticato che tu non bevi. Strano che l’abbia scordato, è una delle tante cose che ho sempre apprezzato di te. Non sei uno di quelli che si annega nell’alcool. Non ti è mai piaciuto dipendere da qualcosa.

Quella sera, alla festa, venisti a cercarmi, senza trovarmi. Io ero infrattata in un angolo con uno dei tanti di cui credo di non aver mai saputo neanche il nome. Quando ti vidi, molto più tardi, eri sconvolto. Era la tua prima festa “da grande”, da liceale. C’eravamo andati separatamente, tu eri con il tuo amico che bevve, si ubriacò. Ti eri all’improvviso trovato di fronte a un alieno, quasi incosciente, e ti eri spaventato. Mi raccontasti che avresti voluto scappare via da quell’estraneo, quel pazzo. Ma non sei scappato via, anche se avevi solo quattordici anni. Lo prendesti sottobraccio e alla fine lo accompagnasti in bagno. Lo vedesti vomitare, e piangere. Stava male e stavi lì lì per piangere anche tu. Perché anche se per un attimo il suo viso distorto ti aveva fatto paura, era pur sempre il tuo amico. E non ti riusciva di capire il perché di tutto quello smarrimento, la sua voglia di cancellarsi - sia pure per poco tempo - o di distruggere una parte di sé.

Ecco perché tu non bevi. Non vuoi ignorare niente di te stesso, non ci credi a quelli che dicono che da ubriachi si ragiona meglio. In vino veritas... ma che bisogno hai tu del vino? Non ti ho mai sentito mentire, sei tu la tua stessa verità. L’hai più rivisto, poi, quell’amico? Come si chiamava... Alessandro?

Mamma mia quanto tempo è passato, a momenti non mi ricordo neanche più la sua faccia.

Però mi ricordo la faccia di Bianca, quella si. E la tua, quando tornasti a casa dopo essere stato con lei. Avevi gli occhi spiritati, e ci rinchiudemmo in fretta in camera prima che mamma o papà potessero vederti. Ti avrebbero scoperto in meno di un millisecondo, se ti avessero guardato.

Eri tutto rosso, ma calmo. Le parole ti uscivano a fatica, non riuscivi a trovare delle combinazioni di suoni adatte a esprimere quello che ti si agitava nello stomaco. Eravamo seduti per terra.

Si, me la ricordo Bianca. Mi ricordo che eravate amici, che lei ti sembrava una bambolina di porcellana più che una persona vera. Non potevi credere di esserle stato così vicino, eri quasi arrivato al punto di identificarti con lei. Finché, immagino, non fosti investito da una verità vecchia quanto il mondo, e proprio nel momento in cui avresti dovuto giocare a rincorrerti con le fate, in cui avresti dovuto volare. Non avevi fatto in tempo a rendertene conto che eri già precipitato in basso, trascinato giù e sprofondato nella tua stessa melma. Bianca era semplicemente Bianca: aveva una voce, delle emozioni, delle esigenze, sapeva persino cos’era il dolore fisico. Tutto così triviale. Dov’era la bambolina di porcellana? Diafana? Onnipotente? Trascendente?

Ma tu ormai eri diventato così come sei adesso, e anche se sapevi che Bianca non era una fata, che le fate non esistono, quella voce e quel dolore seppure triviali ti pulsavano dentro. E io... ero sempre tua sorella. Ma ti facevo paura perché ero anche un po’ Bianca.

Eravamo seduti per terra, e non parlavamo. Io sapevo che eri soffocato, e che avevi tante domande da farmi e tante cose su cui piangere, ma quella sera eravamo lontanissimi. Tu, un uomo, e io, una donna. Ci chiedevamo entrambi se eravamo ancora paralleli, se avremmo potuto ancora essere l’uno dentro l’altro.

Adesso la risposta ce l’abbiamo, adesso che abbiamo smesso di cercarla. Ci sono tanti modi di essere paralleli e quelli migliori non si possono spiegare né definire, si possono solo sentire.

Giusto?”

- Ancora?-

- Si, dottore, è successo di nuovo -

(voci sommesse)

- Lei che significato attribuisce a tutto questo? -

- Che intende dire?-

- Per quale motivo crede che questa... uhmm... questa “sorella”, diciamo, torna a farsi viva ogni volta che lei decide arbitrariamente di sospendere la terapia farmacologica?-

- Non lo so, dottore. Non riesco ad immaginarlo -

- Bene... credo che oggi faremo una lunga chiacchierata, io e lei -

- Si dottore -

- Aspetti, questo ventaccio ha di nuovo riaperto la porta... maledizione, quando si decideranno questi cretini a capire che già è difficile fare questo mestiere, farlo in queste condizioni, poi... -

E nel dire ciò il dottor Alessandro Bianchi, stimatissimo psichiatra, sposato con due figli, vacanze due volte all’anno ( in inverno a Cortina, in estate a Nizza, da vent’anni), in odore di primariato, si alzò e sbuffando andò a richiudere seccamente la porta del suo freddissimo studio.

(08/10/2003)
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mercoledì, febbraio 04, 2004

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