postato da MiNoLLo alle ore 15:44
giovedì, aprile 27, 2006

INCURSIONE DIETRO LA MASCHERA

Reespiraaa, profondamente... beeeene... cooo-sì.

Conta fino a dieci. (jedan dva tri cetiri pet shest sedam osam devet deset)

E io intanto sarò qui ad occuparmi del tuo corpo sveglio, sveglio mentre la mente è assente, vorrei potermi chiedere se è assenza o non-esistenza adesso, dove sei adesso, ma devo occuparmi del tuo corpo che è sveglio ma inerme adesso, sono io che ti controllo il respiro, io che ti tengo in vita, stringo il tuo respiro fra le mani conto fino a cinque (uno due tre quattro cinque) e stringo, la tua aria tra le mie dita, è più di quanto chiederesti a uno qualsiasi dei tuoi amori, ma io sono uno sconosciuto con la mascherina sul viso e tu non ci sei.

L'odore è quello di carne bruciata.

Mi chiedo chi sei, lontano da qua. Ma esulerebbe dal mio compito.

Svegliati.

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categoria : bosnia, mere fiction, telling tales

postato da MiNoLLo alle ore 11:44
giovedì, aprile 13, 2006

Solo uno scontro di labbra. È cominciata con le mani che mi vagavano sul collo, e le avevo guardate un po’ troppo le stelle, avevo fluidificato un po’ troppo i pensieri, fino a perdere il senso delle soglie… “very  very relaxing” Oh my! Si, certo, quello che cercavo era un gomitolo inestricabile di lana calda, semplice, e mi scorreva lento sul collo, sulle spalle, da una clavicola all’altra, ovattato, poi sul mento. E poi baci sottili, esplorativi, l’avanguardia di pacifici guastatori. Scivolavo piano su acqua e sapone, verso l’inerzia, verso una placida, assente trance e no, perché non volevo essere lì a farmi baciare da uno che non mi appartiene almeno quanto io non appartengo a lui. Sotto i colpi di quella lingua meccanica, gli occhi aperti, guardavo le luci, e le piante, e tutto fuorché decidermi a guardarlo in faccia, per la paura di trovarlo con gli occhi aperti a sua volta, o ancora di più, per la paura di scoprire che erano chiusi. I suoi respiri erano amorfi e lontani; il cuore che mi batteva contro per l’eccitazione aveva un che di rivoltante. Il mio, mi sembrava avesse messo su un cartello “fuori per pranzo”, non c’era, lo cercavo –ma non troppo- però non riuscivo a trovarlo. E le carezze mi hanno lasciato sulla pelle tutta l’assenza del mondo, me ne sono accorta dopo, che avevo sul corpo una miriade di strappi, buchi vuoti, i punti in cui si erano fermate le sue dita.

 Accendi questa cazzo di macchina e portami via di qua, mi sbagliavo, non sei un boa constrictor, eri uno di quegli innocui fantasmi che però quando ti toccano ti fanno gelare l’anima.

 Vive in un mondo che non conosco, circondato da gente e legami che non conosco, ma il più non è quello, il più è che non lo sento. Ho ricordi di odori, di assalti obliqui ed incompleti ma non molto altro. E mi sento impazzire dalla vergogna, quel bacio prima di avviarci, il bacio come di due che stanno insieme da anni e non si ricordano perché, sanno solo che finora si sono baciati e si sono incastrati l’uno nell’altra, in qualche letto, e quindi ora è giusto continuare così, senza pensare. Perché si rischierebbe di fare come Wile Coyote nei cartoni animati che continua a sgambettare contento in aria fino al momento in cui non si accorge che non ha più nulla sotto i piedi, e quello è il momento in cui comincia a cadere. E il brutto non è lo schianto, no, è il tempo di caduta, in cui sei consapevole e ti chiedi in ogni istante se sarà il prossimo quello che ti vedrà spiaccicato, un fascio di dolore senza niente intorno.

 Pazza di vergogna, mi mordevo le labbra cercandomi il sangue, la macchina si muoveva e io volevo stargli il più lontano possibile. Non sopportava il silenzio, perché il silenzio esigeva dalla sua testa, dalla sua… (sensibilità?) più di quanto fosse stato disposto a concedere.

 (agosto 2005)

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