postato da MiNoLLo alle ore 00:55
venerdì, agosto 17, 2007

Erano un po' di anni che non mi capitava. E mi è ricapitato ieri, con svariati chili in più, che Matteo mi diceva 'a Frà anvedi che panza che c'hai. I miei rotolini di ciccia che si ripiegavano su se stessi. Nel mio menefreghismo più assoluto, si, infatti, epperciò.

Ero seduta sui gradini delle scale, il pavimento rifatto. Ma il caldo era lo stesso, lo stesso sole, e il bosco non se l'era ancora portato via nessuno, e nemmeno il libro dalle mie ginocchia. Ok, magari la copertina non era più quella, efforse neanche il titolo. A guardare verso la casetta della legna, non si vedeva nonno intento a 'ndaccià. Ma poi subito mi ricordo che se penso a queste cose è inevitabile che ci scappi una lacrima, e parte il rimbrotto in automatico.

Zio stava proprio sotto il balcone, ad affumicare i panni stesi con un asfissiante rogo formato tascabile. Non potevo far altro che incominciare a ridere, ridere e ridere perché ero a casa.
Poi sono scesa giù ad apparecchiare.

Nel pomeriggio, siamo andati tutti giù, all'Acqua Ferrata, che quando la bevi in bocca senti sapore di sangue, e mentre ci arrivi guardi in alto gli alberi che si uniscono a forma di galleria, o meglio te li ricordi così perché la neve di qualche anno fa li ha spezzati. E allora tu, che sei una sentimentale del cazzo e anche piuttosto banale vai a ripescare l'immagine di nonno che sale lassù e spinge i massi pericolanti col bastone per non farli cadere in testa alla gente. Ripensi a nonno e stavolta le lacrime ti vengono giù sul serio ma tanto lo sanno tutti che quando vedi una cosa bella piangi quindi hai l'ottima scusa di una presunta sindrome di Stendhal (che non c'entra niente ma tanto loro che ne sanno?) nel caso qualcuno dovesse chiedere spiegazioni.

i fantasmi volano a tre a tre, si dice. e le parole regalate spesso le si perde senza criterio, come qualcosa che non è stato guadagnato, ma è capitato lì per caso. come se non avessero valore, se non ne avessero avuto mai. e quando mi esercitavo a urlare senza suono, quando cercavo di cercarvi nelle foglie, e nell'acqua, poi m'imponevo di scappare e sentirmi ridicola. la scienza prima di tutto, si, causa ed effetto. in fin dei conti, sono solo ricordi che compri al mercato, a cinque lire, e hanno il sapore dei moscerini che ti entrano in bocca quando vai veloce, dietro. mentre attraversi il bosco.

Con Dona abbiamo mangiato i funghi con la panna, al buio, parlando piano. Un piattino e due forchette. Perché noi siamo sorelle e non è che ci serva molto più del buio e delle nostre voci sommesse e delle gambe che si toccano e della presenza degli alberi, tutto intorno, lontano, intorno alla casa, che ci proteggevano.

La sera abbiamo camminato poco, nel bosco buissimo, che al confronto il nero del cielo sembrava grigio perché almeno, lui, aveva le stelle a stemperare un po' lo scuro. Allora ci siamo sdraiati sulla strada, tanto da là non ci passa quasi mai nessuno, sulla strada che era in discesa. E io ho poggiato la testa sulla pancia di Angelo. E' che io gli voglio bene, ma tanto di quel bene che se provassi a descriverlo poi risulterebbe inevitabilmente finto, quindi basta dire che io gli voglio bene e basta. Appena sdraiata, ho visto una stella cadente lasciare la scia, ed era bello, perché pensavo che per fortuna non gliel'aveva detto nessuno che ieri era quindici e non dieci, e infatti lei è caduta lo stesso. Ma senza farsi male.

Sarei rimasta lì. A dormire lì.

senzamangiaresenzaberesenzafarel'amoresenzaparlaresenzapensare

sarei rimasta lì, sdraiata a sentire il cuore di Angelo che faceva tu-tum, tu-tum.  

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