da qualche mese a questa parte, mi sono accorta di volere intorno solo persone di cui potessi fidarmi completamente. non è "da me": ho sempre "adottato" chiunque, accolto chiunque, tentato di far sentire accettato, amato, chiunque, non mi sono mai preoccupata di potermi fidare o meno, l'importante era che fossero gli altri a potersi fidare. le persone di cui mi fidavo io erano poche, poche davvero, e andava bene così.
adesso, voglio intorno solo persone di cui posso fidarmi completamente. tu dici che non comprendo, e invece no, lo capisco benissimo che è un lavoraccio, che non posso pretendere nulla. qualche giorno fa, mi ero ripromessa di non chiederti più nulla, fare quello che potevo- e farlo con gioia: non mi è pesato fare notte a studiare per vederti due ore su un palco, due ore dopo, non dormire, era bello partecipare, esserci- ma senza chiederti nulla. invece ci sono ricascata.
tu dici che non comprendo. in questi mesi, mi hai vista arrabbiarmi, piangere per la loro defezione, sai che erano le persone su cui contavo di più, in assoluto. poi mi hai vista arrabbiarmi sempre meno. è che l'ho capita, quella faccenda del lavoraccio, e che non posso cambiare le altre persone e le loro esigenze. mi hai vista chiudermi: è che non posso cambiare neanche le mie, di necessità. se le persone non possono darmi quello di cui ho bisogno, non è certo una colpa. sono io che devo imparare a farne a meno. a non averne bisogno.
lentamente. li metto fuori, in un posto dove c'è tutto il resto del mondo, "gli estranei", quelli che non possono darmi niente.
io comprendo. la tua stanchezza, il nervosismo, tutto. avrei compreso se ci avessi provato e perso l'autobus come stamattina, senza volerlo. comprendo anche che tu stasera non abbia neanche voglia di provarci, che abbia già deciso, che non ne vale la pena. ti chiedo sempre tanto. avrei voluto che tu le cose le facessi senza che io te le chiedessi, come uno che vuole veramente farle perché se lo sente e non per accontentare l'altro. ma comprendo, giuro, comprendo che in questo momento le tue necessità sono altre, che di forza ne hai poca pure per te stesso. vuol dire che va bene, devo imparare a non aver bisogno neanche di te.
Hai presente quando sogni di morire
per vedere chi verrà al tuo funerale
per capire chi ti ha voluto bene
e chi ti ha voluto male, hai presente?
Chi ti vuole bene dopo di me?
Chi ti vuole bene?
e capire poi che hai sbagliato tutto
che non manchi a nessuno
lei non è vestita a lutto
Rosso, è un vestito rosso
oggi quello che indossi
per il mio funerale
bella senza più pensieri
come sei tranquilla
nel giorno del mio funerale
Hai presente poi la figlia del dottore
seduta in terza fila che piange e non si fa notare
per non parlare del mio migliore amico
che mentre il prete parla
sta nel letto suo a dormire
Chi ti vuole bene dopo di me?
Chi ti vuole bene?
e vedere poi la donna del tuo cuore
che assiste alla funzione
senza il minimo dolore
Hai presente quando sogni di morire
per vedere chi verrà al tuo funerale
e capire poi che hai sbagliato tutto
che non manchi a nessuno
e lei non è vestita a lutto
Ma rosso, è un vestito rosso
oggi quello che indossi
per il mio funerale
bella senza più pensieri
come sei tranquilla nel giorno del mio funerale
(N. Fabi)
Ieri parlavamo. Io gli ho detto che la morte non è proprio il contrario della vita. Morte semmai è il contrario di nascita. Vita è una condizione, morte è un momento, un istante, un transito. Il contrario di vita non esiste. Nessuno si è mai inventato una parola. Io lo so perché: perché di quello che c'è dopo, in fondo, non ci importa. Che siano premi o punizioni cristiane, che siano i mondi pagani, che sia il nulla. Ci importa della morte perché è quella che fa paura. Perché potremmo sentire dolore, perché potremmo provare rimpianto, rabbia, contrarietà. Non ci siamo abituati, siamo abituati a scappare dalle sensazioni negative, dalle puzze, dalle scottature, quando nasciamo e ci sculacciano piangiamo. Quello che mi fa paura è quello. Come tutti, non ci sono abituata e scappo. Per il resto no, non ho paura, non m'importa granchè dei vestiti della gente.
E poi lui si alza dal divano, passa e mi bacia sulla guancia.