In genere i bilanci si fanno a fine anno: si tirano le somme, si fanno nuovi progetti, e poi via tutti a festeggiare a tarallucci e vino o quello che sia.
Però a me i dogmi e le regole non sono mai piaciuti, quindi il bilancio lo faccio adesso e trullallero trullallà.
Sono sempre stata tifosa dei cambiamenti in generale, è da quando avevo due anni, o forse anche meno, che al solo vedere una valigia aperta sentivo venirmi su una certa pelle d'oca, che mi innamoro di tutte le persone nuove che incontro, e più sono strane meglio è.
Però forse certi cambiamenti non me li aspettavo, e magari è per questo che le cose le ho prese male, o forse ancora è perché col tempo mi ero creata un'immagine del viaggio tutta mia, fatta di festoni colorati, piante esotiche alla Indiana Jones, e non avevo mai considerato l'ipotesi di un orologio che ti ticchetta addosso come un giudice che ti condanna a morte con ogni movimento, secca e inesorabile inclemenza.
Dire che certe cose ti rendano più forti non so se sia vero, piuttosto ti accorgi della tua fragilità, e quello che tutti definiscono saggezza io la chiamerei solo rassegnazione, o meglio accettazione delle cose. Che non è una cosa tranquilla, è fatta di urla, di pugni, di denti che sbattono e cercano carne da mordere e lacerare, strappi, fino a risolversi in una quiete esausta, riflessiva perché le uniche energie che restano, dopo, sono quelle necessarie al sonno, a una silenziosa ricostruzione notturna. Si dorme come con una camicia di forza, come chi non può far altro.
Poi si ride anche, un po', e si ridefinisce amore, lo si cerca scavando, e si delineano sagome. Sì, ormai l'ho capito che il nucleo centrale è inevitabilmente singolo, mio, irraggiungibile, e che gli altri non posso che salutarli come navi che si fermano al mio porto, scaricando, caricando, un brulichio continuo...
Ho dovuto ridefinire confini, persone che credevo importantissime non sono state poi davvero così cruciali, e altre, insospettabili, mi hanno sorpreso per la delicatezza e l'infinita sensibilità con cui mi hanno presa per mano, e me l'hanno tenuta stretta e al caldo quando volevo usarla per strapparmi nervi e carne.
Fabio, che mi fa scuotere di singhiozzi fino a farmi mancare l'aria, Fabio da prendere a pugni, e Fabio che sorride perché sorrido, che di notte mi abbraccia finchè non mi addormento (e dopo cinque minuti mi sveglia col suo sinfonico russare).
Delia, che fuma puzzonissime sigarette in cucina e mi fa ridere e mi cazzea perché ho dei modi di fare del cazzo (ma come cacchio potevo scordarmelo?), e che gran rottura di palle che non abitiamo più insieme. Eggià.
Catà, alla franscese, con le sue email di concorsi ("eddai Fra me lo devi promettere che ci provi"), e la familiarità che non potrò mai spiegare nello stare seduta nella sua macchina, Catà che non so ancora come, ma è l'unica che sia riuscita a farmi star davvero bene mentre la febbre ancora non scendeva.
Poi Sil che da lontananze stratosferiche si teletrasporta senza astio nè rancore, ti voglio bene cotica di porco nevrotica come solo un'economista può essere, che arrivi come un bulldozer perché "sei proprio una scema, che cosa ci stanno a fare le amiche sennò?".
Infine Sof, con le sue chiamate che non chiedevano niente, che erano solo finestre, che erano la cosa più giusta e io neanche lo sapevo, se qualcuno mi avesse chiesto "si ma tu che vvuò?" io avrei detto boh ma erano quelle chiamate lì che volevo "ciao come stai che fai no non volevo dirti niente volevo solo sentirti", anche se io non chiamavo e non chiamo ancora, "no nessun motivo in particolare così ciao ciao".
Prima o poi mi passa, ragà