Ce l'hanno detto in tutte le salse. Ci hanno fatto paventare uno scenario alla Ballard. Ci hanno fatto cagare sotto, o più semplicemente, si sono insinuati con un fastidioso ronzio tra le nostre linguine con le vongole e la scaloppina ai funghi, all'ora di pranzo.
Fatto sta che tutti i telegiornali, a partire da tg Leonardo fino al famigerrimo (mi serviva una parola quanto più cacofonica possibile...) tg4, ce l'hanno detto. E sì che i telegiornali sono la più efficace forma di disinformazione dell'era moderna (sto parlando come una che si è appena teletrasportata dagli anni '60... sarà l'effetto "pippone").
L'acqua sta finendo. Non nel senso che non ce n'è più, ché alla scuola media ce l'hanno insegnato un po' a tutti che nulla si crea e nulla si distrugge, quindi mo non è che passa eta beta, se la ficca nelle tasche e noi qua rimaniamo senza. Il problema è che c'è tantatantaggente che ha scarsissimo accesso all'acqua. Ora voi mi direte: quanta è questa tantatantaggente? e io vi dirò: boh. Nel senso che io sono una zappa con i numeri, ma pure se fossero solo un centinaio, pure se fossero solo in due, che cambierebbe? Depurare, desalinizzare costa e i bacini naturali non è che sono delle cose che non hanno fondo tipo il pozzo di san patrizio o il mio stomaco se per cena ci sono i fiori di zucca ripieni. (questa è per levarmi quell'aura da Nicoletta Orsomando nella sua post-adolescenza).
Da tutto ciò deriva il mio cruccio odierno. Qua a Roma ci sono millemila fontanelle pubbliche, cosa che secondo me è atto di grande civiltà perché una delle tante piccole grandi cose che mi ha insegnato mio nonno è che l'acqua è di tutti e non bisogna negarla a nessuno (e a chi si azzarda a dire che sono melensa lo crocifiggo! Nonno era un Grande e non si tocca!). Detto ciò, e detto anche che quando fa così caldo ringrazio gli antichi papi o chi per essi ha avuto un'idea così bella da mettere fontane nel raggio massimo di distanza di un Km l'una dall'altra, vorrei tanto sapere chi è quel testa di cazzo di assessore del comune che se ne occupa. Vi prego, fatemelo conoscere. Ho tre o quattro cose da dirgli (a parte improperi vari).
Signor assessò, ma non si poteva fare che invece di demolire tutto ciò che di culturale aveva tentato di fare il seppur discutibile Veltroni con la scusaccia del buco (quelli della CdL sono pagati sottobanco dalla Polo, io lo so, sennò non si spiega "e un buco di trecento miliardi qua" e "settanta milioni là" e "quelle maledette tarme comuniste si sono rosicchiate la mia bandana"...), risparmiavate un po' sulla bolletta dell'ACEA? Cosa dice, signor assessore? Vuole sapere come? Be', sa, anni addietro, mo non mi chieda quanti chel'ho già detto prima che coi numeri sono una zappa, dicevo, anni addietro qualche anima bella inventò una cosa che lì per lì decise di chiamare "rubinetto". Sì, sì, ru-bi-net-to. E' una cosa che quando sta chiuso, l'acqua non esce, risparmiando sui costi e sul contenuto delle dighe. Poi se per esempio al Colosseo mi arriva il turista polacco in visita al Papa che sta quasi per morire disidratato, ZACCHETE! mi apre il Rubinetto e l'acqua comincia a scorrere e zampillare gaia.
Ho detto gaiA con la A finale, signor assessore, non mi si inalberi, non vorrà mandar via pure l'acqua da San Giovanni?!
Grazie eh! E tanti cari saluti alla di Lei gentil consorte!!!
C'è stato un tempo in cui ero buona. Ma non buona come Pollyanna, che secondo me l'avevano lobotomizzata quando aveva quattro anni e non si è più ripresa. Era una cosa un po' meno palese: sotto una croccante superficie di acidità dispensata a piene mani nascondevo un morbido cuore da fata turchina. Eri un reietto della società, nessuno ti si filava, non avevi amici? Ebbene, la mia Missione (con la M Maiuscola) era di renderti un essere umano appagato e felice (NB: in effetti, sto un po' romanzando la cosa, ma non ve l'ha insegnato nessuno che a chi scrive è concessa la licenza poetica e con essa la facoltà di usare iperboli a piacimento?) (ma che ci parlo a fare con voi che siete una massa di caproni ignoranti) (e puzzate pure).
Poi, c'era anche che qualunque cosa succedesse, era colpa mia. Se qualcuno pestava una cacca io gli chiedevo scusa. Scusa di che? chiederete voi. Ebbene, scusa di non averla pestata io, scusa di non aver impedito il passo fatale, scusa di non aver passato il pomeriggio e la serata a ripulire i marciapiedi al fine di evitare simili inconvenienti.
Per anni ho difeso a spada tratta la tesi che se qualcuno fa qualcosa ha i suoi buoni motivi, e per questo bisogna comprendere, giustificare, mentre fossilizzarsi come neanderthal sulla propria sterile e volgare rabbia è del tutto sbagliato.
Errare è umano: nel senso che quella tesi era una cazzata. Se ti pestano i piedi e non ti arrabbi, ma dici "oh, caro, ma cos'è successo? spiegami a fondo le motivazioni che ti hanno spinto a tale gesto, c'è la possibilità che io ti faccia pestare anche l'altro di piede..." sei un imbecille.
Nella fattispecie, vi fu un tempo in cui mi prodigai per una persona X, che consideravo amica e come tale stimavo. Si era molto unite, io e detta persona X, finchè io non sono stata male.
Ma non una cosa così, tanto per dire. Mi è venuta una bella depressione, di quelle da manuale, di quelle che lo psichiatra ti dice "ha fatto bene a venire, la situazione non è delle migliori", di quelle che la sera fai ambarabacciccicocò per decidere qual è il modo migliore per suicidarti, e ti tocca pure fare la vocina innocente con i tipi del 118 che il tuo odioso fidanzato ti ha aizzato contro "forse è meglio che si faccia dare un calmante" "ma non mi serve un calmante" "ehmmm, sì... ma se lo faccia dare lo stesso..." "ce l'ho, ho delle benzodiazepine" "ehmmmm... sì, ok. Però magari non esageri con le dosi, eh?". (ancora vaffanculo per quella sera, Fa) (o grazie. devo ancora decidermi)
In tutto ciò, da detta persona X ci si aspetta, se non altro, appoggio, non dico aiuto. Considerato anche che la persona X ha i problemi suoi, e non del tutto trascurabili. Quello che non ti aspetti è che sparisca, e che dopo qualche giorno ti tratti anche a pesci in faccia senza nessun motivo validamente valido. Che poi a Natale chiami a casa tua per fare gli auguri ai Tuoi (che lei chiamava "mamma e papà"), con tutto quello che ti ha fatto, per la pura ipocrisia di mostrarsi come una bimba buona ed educata. Una persona così prima avrei cercato di capirla, adesso no, adesso penso solo che sia una Stronza, con la S maiuscola come la M di prima.
Tra l'altro la Stronza ha dei miei libri in ostaggio, da mesi, e non si è neanche curata di restituirli. La qual cosa mi fa uscire dai gangheri, perché com'è noto io ai miei libri ci tengo come se fossero figli (ma non miei) (figli di mia zia di secondo grado, và), e odio dover pregare le persone quando ho voglia di rileggerli. Sennò mica me li compravo, eccheccazzo.
Ok, sfogo finito. Ora posso anche tornare ad essere croccante fuori e morbida dentro come al mio solito
Per la prima volta dopo tanto tempo, ieri, non sono stata in minoranza linguistica. Se dicevo "che cuglia" venivo compresa e la cosa mi ha commosso, lo ammetto.
Era partita come una serata per soli uomini (ed io non facevo parte del programma... maligni che non siete altro): Fabio e il suo amico Paolo, birre e partita. Poi il diavolo tentatore dalla camicia rosa mi ha convinta ad abbandonare il DILETTO libro di chirurgia per unirmi a loro. Arrivati a San Lorenzo, abbiamo chiesto a due guide indigene reperite là per là (vale a dire MichelePolpetta e un suo amico di Rionero) dove andare a mangiare.
Com'è, come non è
ora qui mi interrompo un attimo perché volevo dire che erano anni che volevo usare "com'è, come non è" da qualche parte. all'incirca da quando avevo quattro anni e sentii nella favola di Madama Lontra che c'era uno che com'è, come non è si buttava in acqua e cominciava a nuotare.
non potete capire che gioia sto provando.
dicevo, com'è, come non è, le due guide indigene si sono unite a noi per una pizza. Chiaramente, io per distinguermi dal vile volgo ho ordinato una pizza tonno e cipolla, palesando una volta per tutte la mia natura portuense anche a Massimino che avevo appena conosciuto e che, per togliersi ogni dubbio, mi ha chiesto se oltre a dilettarmi a sputare di tanto in tanto mi dedicassi anche alla nobile arte dell'emissione di gas intestinali.
Segue amabile serata, con picchi di eleganza come il brindisi a Edvige Fenech, nonostante le proteste dell'unica ragazza della serata (che sarei io).
Ma il vero senso di questo post è che Fabio e Paolo mi hanno fatto tenerezza. Sì, come quando a quark fanno vedere le tartarughine che escono dall'uovo, o quando levavo il ciuccio dalla bocca del mio cuginetto per vedere come si metteva a piangere. Io sfido chiunque a non sentirsi il cuore mollo come un fico spiaccicato nel vedere due trentenni con annessa panzetta che si ritrovano in un locale fumoso di canne, a bere vino con perfetti sconosciuti alcuni dei quali stranieri, per di più, che raccontano con occhi sbrilluccicosi le epiche avventure vissute perlomeno un decennio prima, e che ritardano finchè possono il ritorno al presente, a quel mondo privo di erba e fatto di sveglie alle sei, dove la cosa più fuori dalle righe che ti può capitare è che una turista svedese di cinquant'anni ti chiede come si arriva al Colosseo.
a Fa, dalla sua adorata Fidanzata sessantenne
Mi sveglio. Come ogni mattina, d'altronde.
Mi stiracchio. Come ogni mattina.
Vado ad aprire le persiane. Trovo, in fila, disposti secondo un preciso ordine cromatico (dal bordeaux al trasparente) tutti i miei smalti sul davanzale, come tanti piccoli nanetti.
Resto lì a fissarli per dieci minuti buoni, cercando la ragione per cui Fabio abbia avuto l'idea, alle sei di mattina, aprendo la finestra, di creare questa installazione artistica.
Mi viene in mente un possibile nesso con Dona che li metteva capasotto e diceva che erano le luci perpetue, ma d'altra parte lei all'epoca aveva quattro anni, le sue migliori amiche erano una decina di vecchie incartapecorite e viveva in un paese di non più di 100 anime la cui principale attrazione era la messa delle 11, donde la sua passione per hit come Evviva Maria e Santo Santo Santo.
Ma Fabio non poteva conoscere questa chicca dell'oscuro passato della mia famiglia.
Il mistero degli smalti rimaneva dunque irrisolto. Decido quindi di affrontarlo a muso duro, chiedendogli spiegazioni sull'accaduto. Egli mi ingiunge di NON AZZARDARMI a spostarli, adducendo richiami al feng-shui e altri borbotti insensati che non ho capito.
Io inizio a temere che si sia dato alla magia nera.
E che il suo primo obiettivo sia stata la mia consecutio temporum, a giudicare dai verbi di questo post.
A me quando ero piccola mi avevano imparato che alla chiesa si va per dire le preghiere, al massimo puoi cantare acqua siamo noi, ma rigorosamente con voce in falsetto e un po' lamentosa.
Ma io sono donna imperdonabilmente obsoleta, si sa, giacchè è arcinoto che le chiese moderne debbano per ordine della curia, pena la scomunica, essere inderogabilmente fornite di zampillanti e copiose fontane -per richiamare alla mente il rigoglioso giardino dell'Eden, come avranno già intuito i più avveduti tra voi-. Facoltativo, ma molto apprezzato, è l'uso di luci stroboscopiche a tarda notte e un palco ad uso di performers canori dalle dubbie qualità artistiche, mentre quasi indispensabili ai tornei di tressette si rivelano tavolini e sedie sgraffignati un po' qua e un po' là dai vari bar della zona.
E San Carlo. fiore all'occhiello della cristianità isolana, non poteva certo non mostrarsi all'altezza.
E' così che mi sono ritrovata in una calda sera primaverile ad ascoltare una sciacquetta stonata che con estremo pathos propinava "come mai" (eh, come mai? me lo chiedo anch'io) alla varia umanità che sedeva ai tavolini sul sagrato della "Chiesa", con Dano in braccio che, dopo aver mandato due o tre bacetti alla croce, in alto, guardava un po' dubbioso lo spettacolo. Ma lui, da saggio duenne, ha risolto la sua empasse prendendo atto del fatto che la gente batteva le mani, sorridendo e cominciando a batterle pure lui.
"che canzone è?" "una canzone vecchia, Dano" "guadda! le campane! diddon diddon"
meno male che c'era lui 