IO: ... tra l'altro tu hai anche il mio film...
POLPETTA: Quale? Quello dell'ACEA* ?
IO: ACEA?!?
POLPETTA: Si. La spina del diavolo.
* l'ACEA è la società che fornisce accadueò ed energia alla capitale
Vado per controllare la posta.
Per coloro i quali non hanno yahoo: prima di aprire la casella vera e propria, sul portale principale già compaiono le prime informazioni delle ultime mail ricevute.
Clicco e leggo, come oggetto dell'ultima mail: "none".
Mentre questa carriola di pc mi apre la pagina (cioè, ho tutto il tempo di farmi una perfetta french manicure, intanto) penso a ripenso a chi posso aver fatto una domanda tale da farmi rispondere NONE! nell'oggetto. Non giungo a conclusioni sensate.
Si apre, e scopro con raccapriccio che none, a quanto pare, è l'equivalente inglese di nessuno.
Sono proprio arrivata. Portatemici voi alla casa di riposo, prima che sia troppo tardi.
Un due tre, un po’ inciampi e comunque non è fluido il movimento. Ci hai mai provato a camminare all’indietro?
Dunque la storia è questa (ed è vera, giuro, non me la sto inventando): nuvolone scure a est, un po’ tristi anzichennò, cielo semisereno con colori sfumati e tenui a ovest. Il fatto è che casa di Cix è verso est. Allora si prende la saggia decisione, per evitare la visuale deprimente - perché insomma già si traballa di nostro e che non ci si metta pure la meteorologia – di camminare guardando verso ovest. E lo si fa, si, si, lo si fa, camminando all’indietro.
Un due tre, Cix.
“Proviamo ad obliquarci?”
L'autobus non è del tutto pieno e l'ora è, diciamo, una di quelle ore subito dopo pranzo. C'è una donna inequivocabilmente zingaresca, maglie sovrapposte random, ciabatte invece che scarpe eccetera eccetera (orsù, un po' di fantasia). Mi siedo di fronte a lei, che mi sorride e fa un gesto come per chiedermi scusa e intanto accenna a spostare i bustoni che ci sono tra i miei piedi e i suoi. Le sorrido e le lascio capire che no, guardi, non c'è bisogno che li sposti tanto non mi danno fastidio. Ogni tanto arriva la parabola semielettrica di uno sguardo di deplorazione da qualcuno degli altri presenti, fruitori del servizio di mezzi pubblici gentilmente fornito dal comune della capitale. Ma magari io mi sbaglio, e sono solo annoiate occhiate da digestione anelante caffè. Arriva zampettando una bimbetta sui due anni, senza scarpe, col visetto sudicio e dei codini che a Pippi avrebbero fatto un'invidia, ma un'invidia di quelle che alla signorina Calzelunghe sarebbe venuto un ittero fulminante e ci avrebbe lasciato calze e lentiggini sul colpo. La mamma la prende in braccio, la tasta e le toglie una delle due magliette. Maglia: zozza anch'essa - ma che ve lo dico a fà. La bimba è tutta un gorgheggio, parla una lingua che non capisco, ma a due anni tutte le lingue si somigliano, oserei dire. Tenta di strappare coi minidenti la carta di una caramella. La madre la stringe forte, sorride, le scarta la caramella e gliela mette in bocca. La bimba succhiotta un po', poi prende la caramella con due minidita sporcherrime. La rimette in bocca, poi fa una smorfia: la caramella è troppo grande per la sua minibocca di duenne. Si gira verso la madre, e si scambiano la caramella da bocca a bocca. A questo punto, ve lo dico io, le occhiate dei suddetti fruitori non sono più occhiate annoiate postdigestive, no, sono proprio sguardi di ribrezzo, di riprovazione, di palese "eh no, ma che schifo". Aggravate dal fatto che la madre pulisca le manine della bimba con la maglietta che le ha tolto poc'anzi. Aggravate ancora di più, sempre di più, dal fatto che la madre abbia spezzato coi denti la caramella incriminata e ora la passi con la lingua nella boccuccia della figlia. Mioddio, signori, qui si travalicano i limiti della decenza e del pudore. Guardo quella bimba tutta sporca, che probabilmente non farà mai giurisprudenza alla LUISS, penso a tanti altri bimbi e tante altre storie e genitori che potrebbero dare dei punti al subcomandante quanto a tecniche di guerriglia, ripenso a certe mamme che ho conosciuto quando lavoravo all'asilo, perfette capitaliste che vedevano nei loro pargoli il loro massimo investimento, e decido che, tutto sommato, mi fanno tenerezza questi fruitori dei mezzi pubblici dalla digestione difficoltosa che pensano candidamente che un bambino, per essere felice, debba avere lo zainetto dell'uomo ragno e il corso di nuoto due volte a settimana, sennò che infanzia è?
Io sono ultimamente assidua frequentatrice di internet point. Giorno della festa della donna (!!!): casino e urla in bengalese. La figlia diciassettenne della proprietaria piange e urla. Il marito sta fuori con un occhio gonfio. La ragazza è in preda a una crisi isterica. Chiedo come va alla mamma che è visibilmente preoccupata.
Vi risparmio le 2 ore seguenti, in cui ho parlato con la ragazza. Riassumo: il padre, che praticamente non fa nulla nella vita se non badare ogni tanto al negozio della moglie, picchia ogni qualvolta gliene salti il ticchio moglie e figlia. Nessuna delle due può fare un passo senza che lui lo sappia, le segue, le controlla.
Per fortuna, loro due, anche se in modi diversi, sono donne forti. Ma forti davvero. In settimana ho promesso che andrò al consultorio per chiedere informazioni, per chiedere se c'è la possibilità che a quest'uomo venga revocato il permesso di soggiorno, se ne torni al suo paese e smetta di sfogare le sue nevrosi su di loro. Lo faccio perchè mi sento in debito. Uno, perchè non sono forte come loro anche se vorrei. Due, perchè mi fanno schifo le persone che guardano e se ne infischiano. Tre, perchè forse è vero, che il "corporativismo" femminile esiste, esisterà almeno fin quando qualche idiota col pisello crederà di avere il diritto di disporre di tutto come meglio gli aggrada e senza il minimo rispetto verso chi gli sta intorno, solo in virtù di quella ridicola appendice.
No, non potevo cavarmela con così poco, oggi mi sento "felice", anzi no leggera, e ho voglia di scrivere. Quindi ora vi racconto una storia, in prima persona. E, come ogni storia che si rispetti, comincio dalla fine. Che è in discoteca, io e la mia sorellina, probabilmente abbiamo beccato la "serata revival", perchè hanno messo su di tutto, persino "crime of passion" quella del mio primo bacio, il tedesco bionderrimo e alterrimo...vabbè, divagazioni inutili. A un certo punto hanno messo su una canzone dal titolo sconosciuto, "saturday night qualcosa...", mentre cercavo di ricordarmi la corrispondente coreografia ripensavo a quando l'ho ballata alla festa di carnevale, terza media. era tradizione che le terze facessero una festa di carnevale, tutte insieme, di sera, nella palestra della scuola. L'armadioso vicepreside vestito da Topolino. Io, un po' paria come al solito, attaccata a Marialisa, "ciao, come stai?" a Paola, l'amica di Laura (facendo un abile flash forward 12 anni, si scopre che le due- io e Paola- sono diventate amiche di quell'amicizia che secondo me è + rara del vero amore...). E mi guardavo intorno, qualche maschera qua e là, un tizio vestito da "corvo", un altro conciato da donna con una parrucca assurdissima, una cosa inguardabile "Marialì, guarda quello!" "Madonna, un pazzo"
Avanti di qualche anno. Paola mi presenta il suo amico Michele, brutto brutto e che mi mette ansia e paurissima e che perchè non la smette di chiamarmi e mandarmi messaggi tanto io non ci voglio uscire nonnonnò! Avanti di tre settimane. Michele non è brutto,anzi ha gli occhi belli, e non mi fa affatto paura anzi con lui mi sento protetta e se ci sto lontana tre giorni mi viene il mal di pancia. Mi sono innamorata dell'amico di Paola.
Avanti di qualche altro anno. Io, Paola, Michele e la sua ragazza. E' in atto il subdolo giochino delle amiche stronze che mettono l'amico in imbarazzo davanti alla sua dolce metà. "Michè, ma ti ricordi la festa delle medie?" "verooo! Voi due andavate in classe insieme, quindi alla festa c'eri pure tu!" "Certo che c'era pure lui...si era messo una parrucca terribile, si era vestito da donna!". cedimento strutturale:NOOOOOOOO! Non poteva essere! Mioddio, ero andata a letto col pazzo della festa delle medie, il personaggio che aveva violentemente turbato la mia testolina di pre-adolescente!!!!!! Perchè nessuno mi aveva avvisata?! Sospiro di sollievo: meno male che l'ho scoperto solo ora che è finita.
Ancora un po' + avanti. Che non l'avrei comunque mai detto che il pazzo parruccone me lo sarei ritrovato in cucina a mangiarsi pane e salsiccia, dopo esserne stata innamorata ed essere sopravvissuta, a parlare della sua scuola di circo e del corso per la clownterapia (in qualche modo, la parrucca era stata presagio...), a pensare che è veramente una gran figata volergli ancora bene e basta senza che mi vengano strani batticuori se per caso mi si sbottona un gancetto del bustino e gli chiedo di riagganciarlo, che è bello che mi riporta il libro e mi chiede Fra ma mi presti opinioni di un clown. Mannaggia, Hans è a Potenza, ma non ti preoccupare, di libri da prestarti ne trovo altri. (Ti voglio molto + bene ora che sei mio amico che non quando eri il mio ragazzo, Miche, ma per fortuna tu non sai neanche cos'è un blog quindi sta cosa non la leggerai e non ti incazzerai
)
E poi saliamo in macchina e ci lascia in discoteca, quella della serata revival.
C'era una volta, una volta sola, una conchiglia. Era sulla spiaggia, tutta sola, e arrivavano le persone e le davano piedate, e arrivavano le onde e la portavano prima un po' qua e poi un po' là, e arrivavano i granchi che la urtavano, e arrivavano le barche che la seppellivano. Ma lei non se la prendeva, ed era bella, tutta bagnata e lucida, sembrava spennellata di una vernicetta speciale. Poi arrivava un bambino che si chiama Paolo e la vedeva, tutta lucida e gli faceva un po' pena sola sola là in mezzo alla sabbia con la schiuma che le arrivava accanto come un centrino di merletto. Allora Paolo la prendeva e la puliva per benino per togliere tutti i granellini dorati, era il tramonto e la luce era bella per fare le fotografie e Paolo era scalzo. Poi se la strofinava sui pantaloni la conchiglia e se la infilava in tasca. Quando arrivava a casa la metteva nel cassetto, anche se non era più nè lucida nè tanto bella, insieme alle molle e alla foglia e a quel soldino dell'America e ai doppioni delle figurine dell'inter.
"Era meglio se mi lasciavi sulla spiaggia", pensava la conchiglia ingrata.
Cominciamo dal Pesciolino (anzi, Pessolino) Shiatzu, che è anche l'esemplare più piccolo di questa strana alleanza animale. Noto in passato per l'infinita tenerezza della sua fase di addormentamento (per cui un non meglio precisato Piero Angela amava incondizionatamente tenerlo in braccio e immancabilmente si sentiva sciogliere di dolcezza) e per la sua peculiare grammatica (credevate forse che gli animali non parlassero? MALE). ESEMPIO: la frase "Oh, John Smith, non sparare a Pocahontas" veniva tradotta con un urlo lancinante "Pitt! Ppara tu nno Ooonda!". In tempi odierni, la suddetta specie si è evoluta (in peggio secondo me), producendo di questi capolavori : "Pesciolì, mi passi mamma?" "Ehhh, non c'è, è al lavoro"(NB: sotto casa) "ah, ok, allora chiamo dopo" "però forse è andata a Bologna da Doni" (NB:a 700 km da casa) "Senti un po', ma con quale superalcolico te l'hanno corretto il latte, stamattina?" "...(ride) No, è che sono molto felice, perciò sono distratto" "E perchè sei molto felice?" "Perchè ho finito la raccolta di Dragonball".
Secondo animale. La Puzzola Monorasta. Nel senso che ha un unico trozzolo su tutta la superficie della sua pelliccia. è un animale di gruppo, socievole, ma guai a irritarlo, a meno di non voler essere soffocati dai suoi miasmi velenosi. Può sembrare un animale da evitare, ma in realtà vale davvero la pena di adottarlo. E' molto coccoloso, anche se non sembra. Infatti se lo si coccola adeguatamente, non ci sono pericoli.
Terzo e ultimo animale. La Tartaruga di Mururoa. Questo povero animale si ritrovò pienamente coinvolto negli esperimenti nucleari che vennero effettuati nel suddetto (atollo?isola?arcipelago?...certo che come aspirante Piero Angela faccio acqua da tutte le parti). E' un animale ricoperto da una spessa corazza, e che spesso ritira la sua testolina per evitare di affrontare i pericoli del mondo esterno. E' anch'esso un animale estremamente coccoloso, tanto che è impossibile dormirci insieme perchè vi si spalma addosso senza alcuna pietà. Anche d'estate, con 40 gradi.
Vi chiederete come possano aver legato tra loro specie tanto diverse...ebbene, me lo chiedo anch'io.
PS:ci sarebbe anche un quarto animale, l'Orsetto Palachiaro, ma su questo preferisco sorvolare :P
Magari era San Valentino, o magari ci mancava poco, insomma, l'atmosfera era quella. La metro era affollatissima, turisti e gente che usciva dal lavoro. E lei guardava tutti, si impicciava dei fatti di tutti. Ma più degli altri, guardava quel ragazzo con lo zaino, aveva i rasta spessi, lunghi. Lo sguardo basso ma forse in effetti anche lui la guardava. Si guardavano quando l'altro non guardava, una specie di ping pong degli occhi. Il che dà una sensazione simile a quella di quando cerchi di sentire il profumo del tè ancora sigillato dallo strato di cellophane. Ti sembra di sentire un odore, ma non riesci a distinguerlo con precisione, e soprattutto non sei neanche certo che quello che senti sia reale e non un semplice prodotto della tua fantasia. O meglio, della tua voglia di sentire qualcosa. Poi la metro si è fermata, lei è scesa e lui è rimasto. C'est la vie. Nella borsa c'era un libro di poesie di Ricardo Reis, un tizio vissuto da qualche parte in Portogallo nel millennio scorso, per quel che ne so. E c'era anche un portafoglio con dieci euro e una matita. Ma niente fogli. E' noioso andare in giro con una borsa del genere, nessuno si metterebbe a leggere poesie in metro, o nell'autobus, magari un romanzo o un saggio si, ma le poesie no. Anche perchè un poeta che si rispetti non perderebbe l'occasione di spiare il mondo circostante, piuttosto che seppellirsi con la testa tra le pagine, mettendo una consistente barriera cartacea tra sè e la vita vera. Ma forse sto commettendo l'errore di confondere il poeta col lettore di poesie. Non sono propriamente la stessa cosa. E quindi viene da dividere il mondo in queste due categorie (sbagliando), e dividere tutta quella gente che cammina in fretta, gli uni da una parte, gli altri dall'altra, in due e solo due file ordinate, precise, composte. Invece che perdersi in quello sciamare dispettoso e caustico di giubbotti sconosciuti, acque di colonia e olezzo di cibi molto speziati, capelli e tacchi e borse e giornali e lettori mp3. Ma lei non si scompose, non ci si scompone mai quando si è dentro alle cose. Ci si limita a fare un passo dietro l'altro, non si sprecano energie a guardarsi dall'esterno. E lei infatti uscì dalla metro, quando sentì la chitarra. Era un uomo che suonava, con la custodia della chitarra appoggiata a terra, e i passanti che passavano, passando, gli gettavano qualche moneta. L'uomo cantava, anche. Era una canzone sconosciuta, bella. Lei passò. Ma avrebbe voluto fermarsi, gettare una moneta, ascoltare la canzone. Anche se quando si vedono questi cantanti di strada nella metro, non si vede mai qualcuno lì vicino che si sia veramente fermato ad ascoltarli. Anche i passanti che gli danno le monete, passano e basta, il loro dovere si esaurisce nell'elargizione dell'obolo. Stava per tornare indietro, voleva gettare anche lei una moneta. Ma quella moneta, non era intesa come denaro, voleva che fosse intesa come pegno di ascolto, anzi di comprensione, anzi di amore. Mentre saliva le scale, si frugava le tasche, ormai inutilmente perchè non sarebbe tornata indietro e lo sapeva. Si mise a correre, perchè il suo autobus fermo al capolinea aveva appena messo in moto.
She felt she was missing something
Quella forma di vapore che è rimasta, lì davanti alla custodia, quell'ombra della ragazza, la vediamo solo noi. Solo noi, che tanto siamo dentro a un racconto e possiamo anche permetterci di vedere del fantastico e del soprannaturale subito fuori da una comunissima fermata della metro.
si era detto di procedere con ordine. Allora, cominciamo dall'elemento di confusione più facile da districare. La storia di Gorana, da quando e in quanto la storia di Gorana si è intrecciata con la mia.
Gorana Gvozden, tradotto suona un po' come "montagnessa di ferro". Nomen omen. Capelli neri neri e corti corti, un piercing al sopracciglio e uno al naso, intolleranza ai camici lunghi per cui portava una càmicia, una specie di camice a mò di giacchina mai visto prima.
Sasha e Gorana che intubano e ventilano, Valentina e Borka prendono la vena e attaccano l'elettrocardiografo, Danko fa il massaggio cardiaco, l'inutile sottoscritta controlla con la torcetta del telefono i riflessi pupillari. Protesto "perchè smettete?il tracciato ha avuto un picco" , e Gorana "Fra, è un artefatto, è perchè l'abbiamo mossa, il tracciato è piatto". Io sono arrabbiata per tanti tanti motivi, sia chiaro, non piango, ma mi stanno un po' tutti sulle palle e mi chiudo nell'ambulatorio dell'ecografo, al buio, a spararmi i Rammstein a tutto volume. (mentre al di qua dell'Adriatico, il cretino di turno, edotto sui fatti, mi scrive "tranquilla, quando torni ci facciamo una doccia insieme e vedrai come ti faccio rilassare")(coglione,se scopassimo adesso ne usciresti piuttosto malconcio). Gorana arriva, mi si siede affianco, si prende un auricolare e quando Asche zu Asche finisce mi spegne il lettore e dice vieni a mangiare che Borka ha appena tirato la moussaka dal forno. Per dire.
Eravamo d'accordo su un punto: che non bisogna mai chiedere aiuto a nessun altro che a sè stessi. E l'amore...l'amore può essere solo puntiforme, un qui ed ora. Un TOTALE qui ed ora, questo si. Avevamo lo stesso modo di vampirizzare anime. Di cercare tutto e mai meno di così, di dare tutto senza mettere i neon.
Qualche giorno fa, Gorana mi ha detto che si è sposata. Ho barcollato un attimo. Non me la immagino la signorina Montagna Di Ferro con un grembiulino che dà il bacetto al maritino alzando la gamba. (me la immagino a fare bungee jumping da un ponte, semmai). Il trauma, soprattutto, è dovuto alla riflessione "Cazzo se Gorana è impazzita e si è sposata, potrebbe capitare anche a me" Cix commenta "eh, Fra, si che potrebbe capitare anche a te, magari non sarebbe l'inferno che credi tu". Mah. la vita di Gorana è stare in mezzo al sangue, in mezzo a gente che ti considera responsabile se un loro caro muore e a volte dà anche di matto con violenza, gestire il pesantissimo problema sul sentirsi Dio e no quando hai letteralmente nelle mani la vita o la morte di qualcuno. E lei tutto questo lo fa con una passione quasi mistica. Non ce la vedo a passare un fazzolettino sul moccio di un bimbo.
Il marito di Gorana fa il pilota di elicotteri. "Quando vieni ti facciamo fare un giro". Magari si, magari non è che ha smesso di pensare che l'amore è puntiforme, magari ha solo deciso di unire quegli infiniti punti in una retta più o meno sconnessa. Magari è tanto più saggia di me o magari è solo che io sono un po' più cattiva di lei.
Gorana l'unica cosa è che guai a te se ti rammollisci. "Be happy"
EPILOGO EXTRA: l'ultima sera che ci siamo viste, prima che io partissi, mi ha riaccompagnata all'albergo in macchina. Entrambe ci siamo guardate, abbiamo pensato chissà, di anima siamo uguali ma ste cazzo di carte d'identità sono troppo diverse. "Ciao, eh" "Ciao ciao, buona notte". Che come saluto fa cagare, considerato che non sapevamo se e quando ci saremmo riviste. Ma quelle cose strappalacrime e inutili non piacciono a nessuna delle due. è bastato l'abbraccio. (perchè non ci eravamo mai toccate). Io scendo dalla macchina, con passo sicuro nonostante l'imponente quantità di Rakija a tremila gradi inghiottita. Inciampo e cado. Neanche il tempo di realizzare che mi sono grattuggiata ben bene le mani, sento Joao e Cesar (seduti sulle scale ad alcolizzarsi) che ridono come iene. Gorana dalla macchina che mi fa "che, ti serve un dottore?" e parte. Io rido, vado a sedermi con gli alcolisti. Grazie alla rakija, faccio un po' la gattina con Joao, Joao apprezza, poi all'improvviso mi alzo e me ne vado in camera. Sono troppo stanca e troppo triste per scopare. Mi butto sul letto e dormo vestita.